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E' dai tempi dell'Aleksandr Nevskij di Ejzenstejn musicato da Sergej Prokof'iev che l'intreccio tra musica ed immagine costituisce una delle grandi sfide della creatività. Il bilanciamento tra l'autonomia dell'immagine e della sua dominanza sulla soundtrack sono motivo di incontro-scontro tra il regista ed il compositore.
Anche nel jazz tale difficile equilibrio ha avuto momenti eclatanti. Per esempio nel '66 il regista Conrad Rooks rifiutò la musica di Coleman per il suo Chappaqua, con la motivazione che il free di Ornette era fin troppo efficace e che quindi avrebbe rubato la scena alle immagini. Fu così che per questa pellicola dell'era beat si ripiegò (si fa per dire...) sul sitar di Ravi Shankar.
Certamente il momento magico di incontro tra le due arti accadde a Parigi nel 1958 con la mitica performance di Miles Davis che costruì la sua musica durante la proiezione del film -Ascensore per il Patibolo- di Malle. La inquietudine dei “Generique” ben si sposavano con gli sguardi di Jeanne Moreau o il panico di Maurice Ronet imprigionato nell'ascensore senza luce.
Recentemente la sonorizzazione del film in sala è tornato di attualità come dimostrano per esempio i tanti lavori di Marco dal Pane sul cinema espressionistico di Wiene o di Bill Frisell sulle gag di Buster Keaton.
Diversa è l'occasione offerta da Angelica 2010 con il doppio quartetto del bassista William Parker che, rielaborando un antico spartito del '73, giovedì sera ha musicato live l'Alphaville di Jean Luc Godard, opera di fantapolitica e capolavoro del bianco e nero del '65.
Non siamo tanto di fronte ad una musica costruita sui fotogrammi della pellicola, quanto ad un'ispirazione nata sul tema portante di Godard, che, come racconta lo stesso Parker, stava descrivendo con la favola di un'ingenua fantascienza, fatta di computer e grandi lampade fiammeggianti, un America che già allora stava perdendo la sua anima e la sua immaginazione per consegnare il proprio futuro alla tecnocrazia. Un tema caro ad una certa letteratura pessimista, un mondo che brucia i libri colpevoli di emozioni a 451 Gradi Fahrenheit, o che individuava in tre innocenti regole da robot un pericolo mortale per l'umana gente. Dunque la musica di Parker si cala nella Spy Story del Lemmy Caution godardiano in black & white, con i tipici suoni jazzistici secchi e nervosi del tempo, per riportare il colore in un mondo sempre più passivo ed anonimo. Musica ed immagini corrono qui in parallelo ed ognuna non rinuncia alla propria individualità.
L'operazione si giova dell'ottimo organico al fianco del bassista leader. In particolare cerchietto rosso per la batteria del sempre bravo Hamid Drake e il sax dell'ottimo Rob Brown al sax alto. Non stupisce più ormai nemmeno la perfetta perfomance della cantante Cristina Zavalloni, a cui si devono forse i momenti più efficaci dell'intera esibizione.
Una scommessa non facile per la cineteca bolognese ed per Angelica che hanno puntato su questo complesso incontro tra musica e cinema. Sfida vinta dagli organizzatori, vista la presenza numerosa del pubblico che ha affollato il Nosadella e la sua calda accoglienza tributata ai musicisti. Non può sfuggire a nessuno, persino alle istituzioni, la larga partecipazione giovanile al concerto di ragazzi altrimenti assenti sui nostri palchi del jazz bolognese, a dimostrazione che questa espressione artistica di innegabili grandi meriti storici e creativi non è destinata necessariamente ad estinguersi con l'invecchiamento di antiche “generazioni swing” (ogni riferimento al Festival di Bologna non è assolutamente casuale...).
Bene, Bravi, Bis. Si replica col secondo appuntamento di Angelica il 17 marzo con l'Electric Masada di John Zorne, musiche per pellicole di diversi autori (non può mancare lo stesso Godard per celebrare gli ottanta anni di questo mitico maestro del cinema). Ma questo è un altro film ed è tutt'altra musica.